Trattamento dei disturbi alimentari

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UNA PRESA IN CARICO MULTIDISCIPLINARE  NEL TRATTAMENTO DEI DISTURBI ALIMENTARI

I disturbi del comportamento alimentare : un fenomeno in espansione

Sempre più frequentemente si sente parlare di disturbi del comportamento alimentare  (DCA). La complessità di questi disturbi ha spinto noi professionisti, interessati a tali problematiche, ad interrogarci su quali possano essere le più efficaci modalità di intervento. 

Tra i più noti disturbi dell’alimentazione (DA) ritroviamo l’Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa. I sintomi e gli effetti sul benessere psicofisico rappresentano solo la parte più visibile e riconoscibile di queste  patologie.

In realtà esse rappresentano un disagio interiore che trova la propria espressività attraverso il corpo. Esso diviene dunque teatro attraverso cui il soggetto può dire qualcosa di sé.

Perché una presa in carico multidisciplinare?

Dobbiamo partire dal presupposto che un paziente che soffre di un disturbo della condotta alimentare non ha una reale domanda di aiuto. Pertanto spesso sono le famiglie o i servizi sanitari che inviano la persona  in consultazione.

Data la complessità che ciascun caso racchiude in sé, legata soprattutto alle ragioni per cui il sintomo ha avuto il suo esordio, l’esperienza clinica ha constatato quanto una presa in carico a 360 gradi sia da ritenersi la più efficace.

Quando parliamo di DCA è importante sottolineare quanto si tratti di patologie che hanno molto a che vedere con la relazione e con lo sguardo dell’altro, come un richiamo per essere visti.

Per tale ragione si parla spesso di clinica dello sguardo. 

Dove è  importante pensare ad un percorso disposto su più livelli di intervento, che sia portato avanti grazie alla sinergia di un lavoro di équipe. Il lavoro mirerà ad osservare ed intervenire sulle diverse sfaccettature che il sintomo porta con sé e sul significato che esso ha per la persona.

Nel dettaglio è possibile parlare di:

interventi psicoterapici individuali, che permettano al paziente di esplorare i propri vissuti, uniti (a seconda dei casi) ad un piano alimentare per il recupero fisico del paziente, che venga opportunatamente disposto dal dietologo e costruito ad hoc per ciascuna presa in carico e che sia essa legata soprattutto al fabbisogno e rispetto al grado di gravità. È prevista  l’aggiunta, nel piano terapeutico,

percorsi laboratoriali individuali o in piccolo gruppo, dove lo psicologo in unione con l’educatore o da altre figure professionali formate, possa lavorare sulla relazione e sull’emotività attraverso canali espressivi altri, non necessariamente legati all’uso della parola, ma mediante ad esempio la scrittura, la musica, l’arte, la Pet Therapy, etc. 

L’utilizzo di questi strumenti e spazi rappresentano la possibilità di rimettere in circolo la parola. Lì dove vi è una evidente difficoltà ad espletare la propria emotività e il proprio malessere.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che si tratta di pazienti spesso in età di scolarizzazione.

Interventi più educativi possono essere previsti e volti a guidare il paziente, in corso di conclusione del percorso, verso il recupero anche della propria quotidianità. Oltre che della propria vita scolastica o lavorativa.

Considerando la complessità e la durata che possono avere questi percorsi di cura è importante che anche le famiglie siano opportunatamente seguite. 

Perchè il trattamento dei disturbi alimentari non è un percorso lineare.

I momenti di crisi possono mettere a rischio i traguardi e i successi raggiunti, per questo le famiglie devono poter fare affidamento su un pieno supporto che li guidi soprattutto nella gestione dei momenti di crisi e nel rapporto con i propri figli nella vita quotidiana.

Il trattamento dei disturbi alimentari è da pensarsi modificabile e declinato, come anticipato, a seconda del caso.

Si tratta comunque di interventi ambulatoriali e dunque possibili solo se vi sono le condizioni cliniche idonee, ovvero dove la paziente sia da ritenersi fuori dal pericolo di vita, altrimenti è previsto  un intervento che preveda prima un ricovero ospedaliero (o presso strutture specializzate) e solo successivamente un percorso ambulatoriale.

Nel lavoro con i DCA è fondamentale lavorare sull’esserci e sullo saper stare lì, con loro, con i loro silenzi, con le loro difficoltà, con quel loro bisogno di affidarsi all’altro. Un percorso che prevede anche le resistenze del paziente. Lo psicologo si scontra con il bisogno di controllo che li fa retrocedere, che li spinge a rimettere alla prova i propri limiti. È qui che lo psicoterapeuta, in unione con lo psicologo e con tutte le altre figure che possono essere coinvolte, ha il compito di  riuscire a far sì che il paziente reintroduca la parola nella relazione con l’altro, nella possibilità che egli possa ritrovarsi, riconoscersi e imparare ad amarsi.